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Parte II-SETTORE II

 
     
     
 
Pagina Percorsi
Introduzione
     
Km. totali: 15 circa
Dislivello:
500 metri in salita, 500 metri in discesa
Punto di partenza: Pian dell'Elmo
Tempo di percorrenza:
2.30 ora
Difficoltà:
Facile
Consigli:Vista la quota dei luoghi attraversati portare con se indumenti adatti a veloci cambiamenti atmosferici. Montare gomme molto scorrevoli. Un tramonto e un'alba a Elcito rimarranno un ricordo indimenticabile
Da Pian dell'Elmo salire su asfalto in direzione Monte S.Vicino-Matelica, usciti dall'abitato imboccare la strada imbrecciata che scende verso i ruderi di Casale Serra Mese (già percorsa all'itinerario n° 3, all'itinerario 4 e all'itinerario 5). Percorrere per intero la strada bianca, come all'itinerario n° 5, godendo dei magnifici scorci che si presentano ai vostri occhi. Arrivati all'incrocio con la strada asfaltata voltare a sinistra e, proseguendo sempre diritto, lungo una facile discesa di due chilometri scenderete su Elcito. Pochi metri in salita ed eccoci sulla piazzetta del pittoresco insediamento; scendere dalle amate biciclette per camminare tra le viuzze del paesino sarà un vero piacere. Dopo la bella sosta e magari dopo una notte in tenda, ripartire da Elcito in direzione Pian dell'Elmo percorrendo a ritroso le strade descritte precedentemente con in mente un magico ricordo.
Pur se appartenente al comune di S.Severino Marche, il piccolo paese di Elcito per le sue caratteristiche e per la sua vicinanza ai luoghi esaminati, non poteva non esser preso in considerazione da una guida riguardante il Monte S.Vicino. Arrocato su uno sperone roccioso a 821 metri s.l.m., anticamente Elcito era un castello sorto a picco sulla Valle di S.Clemente a difesa del monastero di Valfucina e della valle stessa. Non si hanno notizie certe sulla sua fondazione ma, sembra sicuro il rapporto di dipendenza dal monastero già da molto tempo prima delle notizie documentarie che partono dal 1232. Gli elcitani erano sottomessi a Valfucina; la loro era una dipendenza nei beni e nelle persone: il monastero, infatti, domandava prestazioni e deteneva il potere giuridico; lo stesso abate abitava nel castello. Data l'insostenibile situazione, nel 1298 gli abitanti richiedono la concessione della libertà dal dominio del monastero. Il castello per la sua posizione strategica viene lentamente assumendo una notevole importanza nella politica espansionistica attuata dall'abbazia, i domini della quale si spingevano nei territori di Cingoli, Matelica, Osimo e Recanati. Ebbe quindi inizio una disputa per i diritti sul paese tra il comune di S.Severino e il monastero di Valfucina che, sfocerà in un lungo processo (1278-79) dagli atti del quale si viene a conoscenza del crollo della torre del castello. Dopo la sentenza di appello del 1281, Elcito torna proprietà dell'abbazia, come dimostra la già citata richiesta di libertà fatta dagli abitanti. Nel 1298 in coincidenza della perdita di importanza di Valfucina, il castello viene venduto a S.Severino, tuttavia, già dopo pochi anni e nei secoli seguenti diverse e prolungate liti intercorsero tra il monastero e gli abitanti del piccolo centro. In epoca moderna, Elcito ebbe ancora un'importanza per la sua posizione strategica nella guerra partigiana; fino alla recente costruzione della strada, infatti, l'unica via d'accesso al paese era il sentiero, ancor oggi visibile, che scende sotto all'antica porta del castello. Attualmente rimangono poche tracce della costruzione medioevale: qualche tratto di mura e la porta d'accesso sottostante la chiesa parrocchiale; nulla resta della torre anche se l'aspetto è ancora quello della magica fortezza.

L'origine del nome Elcito è legata alla pianta del Leccio (Quercus ilex) che in tempi non troppo lontani doveva popolare in gran quantità le rupi calcaree della gola sovrastata dal paese.
Il Leccio, attualmente, è la pianta caratteristica della macchia mediterranea. Il suo areale si espande o si contrae in funzione delle oscillazioni climatiche. Nei periodi postglaciali più caldi, probabilmente tra i 10000 e i 7000 anni avanti Cristo, la specie colonizzò anche gli Appennini. Quando divenne più freddo solo gli esemplari che vegetavano sulle rupi calcaree esposte a sud e all'interno delle gole con microclima adatto riuscirono a sopravvivere. Le leccete interne marchigiane, che si differenziano da quelle costiere, fanno parte dell'associazione Cephalanthero-Quercetum ilicis

 

Suggerimenti ed informazioni   Copyright Sinp, 08 ottobre 2002
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